Neri uccellacci volano bassi, fanno larghi giri sopra al corteo militare come se sentissero odore di carogna. I soldati oppressi dalla fiacca e dal caldo fanno un passo avanti e due di traverso, ma il corteo va avanti lo stesso, non si sa come, si snoda lento come un serpentone nella piana fra i campi di granturchetto e le vigne alberate e i campi di ulivo. Cavalli e cavalieri e pedoni e carri sono imbiancati di polvere fina, così che si confondono con il bianco della strada e scompariscono quasi alla vista. La campagna intorno pare spopolata come per passaggio di pestilenza o altra calamità e invece sono gli uomini armati, spavento della terra, che allontanano le genti anche quando malamente si reggono sulle gambe per la fiacca del viaggio.
Il cielo è annuvolato a tratti da turbe di moscerini molestissimi che si buttano a succhiare gli occhi ai cavalli e ai soldati, già mezzo cecati per la polvere. È per via di questo cecamento generale da polvere e da moscerini che il corteo del marconte Berlocchio de Cagalanza si è perso nella piana del Tevere. A quest'ora, che sarebbe la terza dopo il mezzodì, ancora non è arrivato alla vista del castello di Tripalle de cuius Berlocchio deve prendere possessione come bene dotale avuto da Bernarda, dilettissima figlia del re di Montecacchione. Dentro la carrozza con la corona inargentata dipinta sugli sportelli, stanno per l'appunto Berlocchio e Bernarda rinserrati, oppresso Berlocchio dal ponderoso volume della consorte strabordante e anfanante per la calura. Davanti alla carrozza camminano a passo sghembo i soldati intitolati per l'occasione del corteo nuziale trombetti, tamburini, vessilliferi, sbandieratori, balestrieri, alabardieri, roncolieri, valletti, scudieri pur senza avere dotazione di trombe tamburi vessilli bandiere balestre alabarde roncole e altri arnesi da corteo, ma i tutti sbiancati e uguagliati nella polvere.
Insieme a Bernarda per moglie e al feudo di Tripalle, Berlocchio ha avuto dal re di Montecacchione il titolo di marconte che sarebbe come dire una via di mezzo fra marchese e conte. Questo titolo è legato al feudo e castello medesimo, che però non si riesce a trovare essendo il corteo sperso nella piana del Tevere senza sapere dove e donde. Come la strada si sbiforca a dritta e a manca e il castello di Tripalle ancora non si vede, i due armigeri capintesta Ulfredo e Manfredo si fermano e di conseguenza si ferma tutto il corteo compresa la carrozza del marconte Berlocchio e della onoratissima consorte.
Dice Ulfredo:
"Se svolta dellà? "
Risponde Manfredo:
"Io svoltarei deqquà".
"Deqquà se retrova il fiume".
"Il fiume se retrova dellà".
"Allora se decida su paro e disparo".
"Paro!"
"Disparo!"
Ulfredo e Manfredo tirano giù le mani, ma i diti non si piegano dentro i guantoni di ferro e non si possono contare il paro e disparo.
Dice Ulfredo:
"Paro e disparo non se puole fare per via dei guantoni de fero che i diti non se possono piecare".
Dice Manfredo:
"Se decida su testa e croce".
"Per fare testa e croce necessita una moneta".
"Una moneta indove sta?"
"Ne la tua scarsela ce sta?"
"Ne la mia scarsela non ce sta manco un mingozzo".
"Testa e croce non se puole fare per via de la moneta mancante".
"E se faccia la conta".
Ulfredo e Manfredo fanno la conta, am stram gram, e vince Manfredo che decide per la sbiforcazione a manca, onde il corteo riparte alla volta della collina.
Questo è ancora un andare avanti a risigo e detrimento perché nessuno cognosce la strada per arrivare al castello di Tripalle e anima viva per domandare non si rincontra.
………………………………………………
Ulfredo e Manfredo alzano gli occhi pieni di polvere e di moscherini, sguardano verso la montagnola e vedono che in cima a questa, sopra uno sbalzo di tufo, c'è un castellozzo con due torrioni e mezzo. Quasi sicurissimo che si tratta del castello di Tripalle. Allora ce semo propio.
Anco la carrozza di Berlocchio si è fermata e il marconte scosta la tendina e si affaccia per vedere con gli occhi suoi la ragione della fermata e delle voci, che non sia la solita pisciata di cavallo.
Dice Berlocchio a Bernarda:
"Vedo un castello ponderoso che securamente serà il castello di Tripalle mio feudo".
Bernarda si affaccia anco lei al finestrino.
"Speramo che sia".
"Manco recognosci la dote tua?"
"Come la posso recognoscere se non l'ho veduta mai?"
"Se vede subbito a la vista che se tratta de Tripalle".
"Me piacerebbe assai che fussimo arivati"
"Giusto l'ora de magnare, de bevere e de dormire"
Berlocchio fa un fischio con i diti sotto la lingua e il corteo si rimette in piede e riparte alla volta del castello di Tripalle sulla sbiforcazione a man dritta.
Pian piano su per la salita il corteo arriva fin sotto le muraglie del castello camminando su una strada piena di ortiche. I pedoni si lagnano per le pungicate alle caviglie e frato Cappuccio è particolarmente incazzatissimo e deve rimontare sul mulo per il dolore dei piedi orticati.
Frate Cappuccio tra i denti:
"Fulminem et focus abbruciare ve possint, horticas maleficas!"
Essendo che sono ormai arrivati all'ingresso del castello, i cavalieri, i trombetti, i tamburini, i vessilliferi e tutti gli altri si tirano da una parte e fanno passare avanti la carrozza di Berlocchio e della sua degnissima Bernarda. Fatto il giro del torrione di ponente, fuori del fossato, la carrozza arriva giusto giusto al ponte levatoio.
Prima di entrare Berlocchio mette fuori la testa:
"Qua non se vede nissuno! Quale mal acoglimento è questo?".
Difatti non ci stanno né guardie né trombe né tamburi del castello per fare festa al nuovo signore marconte Berlocchio appena arrivato, anzi si vede una cosa assai stramba che il ponte levatoio si alza in positura ostile come di guerra, e la carrozza fa giusto in tempo a fermarsi per non precipitare nel fossato pieno di acqua color merdastro.
Grida Berlocchio: "Cacchio! Ma che fanno questi? Che me levano il ponte levatoio de sotto il culo mentre che sto per passare?".
Tutto il corteo si meraviglia per l'offesa al nuovo signore.
Grida ancora Berlocchio:
"Calate subbitissimo il ponte de passaggio!"
Da l'alto del torrione di ponente si affaccia un soldato di sentinella e si mette a sgridare con le mani alla bocca.
"Vui chi siete e che vulete?"
Frato Capuccio scende dal mulo e si incarica di rispondere a nome di Berlocchio suo signore.
Frato Capuccio a gran voce:
"Arrivatus est dominus Berlocchius de Cagalanza! Marconte de Tripalle!Vegnuto giustaqquà cum exercitus suus!At accipere possessionem de lo castidio de Tripalle! A lui medesimo destinatus sicut bene dotalis! Dallo rege de Montecacchione! Secundum constitutio de feudis! Amen!"
E La sentinella risponde prontamente:
"Si vulete lo castello de Tripalle andate dellà e nun venite deqquà a rompecce li cojoni! Qua semo Castel Rebello, tanto per intenderce. Andatevene lontano subbitissimo si nun volete che ve reduciamo a sarsicce de porco!"
Sentendo nominare le sarsicce de porco, il marconte Berlocchio si affaccia al finestrino della carrozza.
"Indove stanno le sarsicce de porco?"
E frato Capuccio:
"Sunt sarsicce per modo de dire, eccellentissimus".
"Come sarebbe?"
"Sarsicce fictizie retorice abstracte sunt".
In quel mentre qualcuno del castello si affaccia a una finestra del torrione e gitta da basso una gran secchiata di mondezze e sporchizie di ogni sorta sopra la carrozza di Berlocchio e anco sopra la testa sua imbrattandola totalmente. Scorze di patate, torzoli di cavolo, semi di zucca e cotiche rancide di presciutto miste a vario merdume.
Berlocchio ritira la testa biastemmiando e con la mano si pulisce la faccia dal piccicume, mentre Bernarda si tampa con i diti tutti e due i buchi del naso.
"Questa me la pagano cara come fusse vero Domineddio!Sti budelloni de merda!"
Si avvicina subito frato Capuccio al marconte che non intende più cavar la testa fuori dal finestrino per temenza di altre secchiate di mondezze e altre porcate.
Dice frato Capuccio: "Melius est scappare!"
"Cosa dicete, frato Capuccio? Ve siete amattito?"
"Si habemus bene inteso non est castidio de Tripalle, ma alter nominatus Castel Rebello"
"Castel Rebello de nome non me piace"
"Habemus sbagliato castidio.Melius est scappare".
"E le sarsicce de porco?"
"Sarsicce de porco nominate fuerunt sicut exemplum"
"Come che sia se rechieda de forza ospitalità per la notte"
Frato Capuccio si rimette le mani a tromba:
"Hospitalitatem rechiedo!Pro domino meo Berlocchio marconte de Tripalle! Et pro honoratissima consorte sua! Et pro degnissimo seguito, ego compreso!"
E la sentinella: "Facerò l'imbasciata al prence del castello".
La sentinella si ritira dalla finestra. Nel contempo si intravedono le facce di altri soldati che risguardano giù da basso il corteo che non si regge in piede, uomini e cavalli stracchi per il viaggio e la fame e la fatica di tanto vagare nella piana del Tevere senza trovar dimora.
Alla fine si riaffaccia la sentinella .Prontamente il marconte mette la testa fuori dalla carrozza:
"Chente sarebbe la resposta del prence tuo?"
E la sentinella:
"Cor cazzo che ve demo ospitalità!"
E frato Capuccio:"Quod dicis?"
"Ve dico cor cazzo che ve famo entrà! Er prence nostro me dice de responne cusì, cor cazzo, e si insistete m'ha detto de dirve anco vaffancù!"
Berlocchio diventa rosso di fuoco di rabbia. Ci mancavano gli insulti dopo la fatica del viaggio.Si caccia due diti in bocca e fa due fischi che forano l'aria. Ulfredo e Manfredo corrono a presentarsi direttamente di persona davanti alla carrozza del marconte.
"Alli ordini, vossignoria!"
"Se conquida sto castello de merda qua presente subbitissimo sanza por tempo de mezzo!"
I due si sguardano in faccia e poi cacciano gli occhi a terra per lo smarrimento.
E Berlocchio: "Che ve prende?"
"Segnore nostro, non se puole mica tanto!"
Berlocchio ridiventa rosso di fuoco per la seconda volta: "Ma che dicete?"
"Se tratta de impresa difficcile e ponderosa. Ce mancano tutti li attrezzamenti per un assedio de castello , vossignoria"
"Qua se tratta de un assalto a la sprovvista, no de un assedio!"
"Ce manca tutto a l'istesso modo"
"Che ve manca?"
"Ce mancheno le scale prima de tutto"
"E allora ve rampicate su per le muraglie con le ugne e con i denti!"
"Sarebbono melio le scale, vossignoria!"
"Se lancino le corde con li arpioni e poi ve rampicate!"
"E in dove ce atachiamo con li arpioni?"
"Ve atacate a le grate de le finestre"
"Sarà fatto cusì, eccellentissimo"
Un po' di movimento fra i soldati intorno a Ulfredo e Manfredo che danno ordini sottovoce per non farsi sentire dalle sentinelle del castello che stanno affacciate.I soldati preparano gli arpioni e si apprestano a gittarli oltre il fossato onde aggrapparsi alle grate delle finestre. Berlocchio segue dalla carrozza tutto l'apprestamento dell'opera militare. Finalmente si mette a urlare:
"Ce si lancino li arpioni finalmente!"
I soldati lanciano gli arpioni. Sei di essi si chiappano con il gancio alle grate delle finestre e gli altri sei non si chiappano.
"Se relancino li sei arpioni spersi!"
E i sei arpioni vengono rilanciati.Tre si chiapano alle grate e tre ricascano a terra.
"Se rilancino i tre!"
Questa volta si chiappano ance i tre ultimi.
"Arrampicateve!"
L'idea sarebbe che i soldati si rampicano su per le corde e entrano nel castello per calare il ponte levatoio. Berlocchio sta già apprestato lì davanti nella carrozza per entrare con il corteo al completo in trionfo di conquista. I soldati si bilanciano alle corde arpionate e poi volano sopra il fosto andando a sbattere con i piedi contro la muraglia del castelo.Tre di loro si acciaccano di testa e vanno a precipitare dentro il fossato con gran fracasso di ferrraglia.Gli altri cominciano a rampicarsi per entrare dalle finestre. Le sentinelle sguardano tranquille dall'alto come si trattasse di saltirimbanchi che stanno facendo un gioco di gran divertimento e acrobazia piuttosto che nimichi in atto di conquista. Ridono anco.
Quando Berlocchio mette la testa fuori dal finestrino della carrozza vede i soldati che sono arrivati alle finestre, ma non possono entrare dalle robuste grate ferrigne. Le sentinelle del castello menano gran colpi sulle teste dei medesimi facendoli volare giù nel fossato pieno di acqua merdosa.
Esclama Berlocchio: "Cacchio! Ce deve essere stato un errore!"
Risponde Ulfredo: "L'errore sta nelle grate de le finestre, vossignoria! Dove ce sono le grate non se puole entrare":
"Ma senza le grate non se poteva arpionare!"
Arriva di corsa frato Capuccio: "Dominus meus, scappamus!"
"Ma sì, andiamo via de qua ! Ce vendicheremo quando che verrà il momento e l'occasione propizia".