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SULLA BOCCA STA IL RISO , MA NELLA TESTA ALBERGA UN SORRISO.

SE CREDI ALTRIMENTI...SPARA!

Il capitano Sandracca voleva essere uno schiavone ad ogni costo, sebbene lo dicessero nato a Ponte di Piave. Certo era l'uomo più lungo della giurisdizione; e le dee della grazia e della bellezza non aveano presieduto alla sua nascita. Ma egli perdeva tuttavia una buona ora ogni giorno a farsi brutto tre volte pi? che non lo avesse fatto natura; e studiava sempre allo specchio qualche foggia di guardatura e qualche nuovo arricciamento di baffi che gli rendesse il cipiglio piú formidabile. A udirlo lui, quando avea vuotato il quarto bicchiere, non era stata guerra dall'assedio di Troia fino a quello di Belgrado dove non avesse combattuto come un leone. Ma sfreddati i fumi del vino, si riduceva colle sue pretese a pi? oneste proporzioni. S'accontentava di raccontare come avesse toccato dodici ferite alla guerra di Candia; offrendosi ogni volta di calar le brache per farle contare. E Dio sa com'erano queste ferite, poichZ ora, ripensandoci sopra, non mi par verosimile che coi cinquant'anni che diceva toccare appena, egli avesse assistito ad una guerra combattutasi sessant'anni prima. Forse la memoria lo tradiva, e gli faceva creder sue le gesta di qualche spaccone udite raccontare dai novellatori di piazza San Marco. Il buon Capitano confondeva assai facilmente le date; ma non dimenticava mai ogni primo del mese di farsi pagar dal fattore venti ducati di salario come comandante delle Cernide. Quel giorno era la sua festa. Mandava fuori all'alba due tamburi i quali fino a mezzogiorno strepitavano ai quattro cantoni della giurisdizione. Poi nel dopopranzo quando la milizia era raccolta nel cortile del castello, usciva dalla sua stanza cosí brutto che quasi solamente colla presenza sbaragliava il proprio esercito.(...)

A Portogruaro era a dir poco un parapiglia del diavolo; sfaccendati che gridavano; contadini a frotte che minacciavano; preti che persuadevano; birri che scantonavano, e in mezzo a tutto, al luogo del solito stendardo, un famoso albero della libertˆ, il primo ch'io m'abbia veduto, e che non mi fece anche un grande effetto in quei momenti e in quel sito. Tuttavia era giovine, era stato a Padova, era fuggito alle arti del padre Pendola, non adorava per nulla l'Inquisizione di Stato e quel vociare a piena gola come pareva e piaceva, mi parve di botto un bel progresso. - Mi persuadetti quasi che i soliti fannulloni fossero divenuti uomini d'Atene e di Sparta, e cercava nella folla taluno che al crocchio del Senatore soleva levar a cielo le legislazioni di Licurgo e di Dracone. Non ne vidi uno che l'era uno. Tutti quei gridatori erano gente nuova, usciti non si sapeva dove; gente a cui il giorno prima si avrebbe litigato il diritto di ragionare e allora imponevano legge con quattro sberrettate e quattro salti intorno a un palo di legno. Balzava da terra se non armata certo arrogante e presuntuosa una nuova potenza; lo spavento e la dappocaggine dei caduti faceva la sua forza; era il trionfo del Dio ignoto, il baccanale dei liberti che senza saperlo si sentivano uomini. Che avessero la virt? di diventar tali io non lo so; ma la coscienza di poterlo di doverlo essere era giˆ qualche cosa. Io pure dall'alto del mio cavalluccio mi diedi a strepitare con quanto fiato aveva in corpo; e certo fui giudicato un caporione del tumulto, perché tosto mi si radun˜ intorno una calca scamiciata e frenetica che teneva bordone alle mie grida, e mi accompagnava come in processione. Tanto pu˜ in certi momenti un cavallo. Lo confesso che quell'aura di popolaritˆ mi scompigli˜ il cervello, e ci presi un gusto matto a vedermi seguito e festeggiato da tante persone, nessuna delle quali conosceva me, come io non conosceva loro. Lo ripeto, il mio cavallo ci ebbe un gran merito, e fors'anco il bell'abito turchino di cui era vestito; la gente, checché se ne dica, va pazza delle splendide livree, e a tutti quegli uomini sbracciati e cenciosi parve d'aver guadagnato un terno al lotto col trovar un caporione cosí bene in arnese, e per giunta anco a cavallo. Fra quel contadiname riottoso che guardava di sbieco l'albero della libertˆ, e pareva disposto ad accoglier male i suoi coltivatori, v'avea taluno della giurisdizione di Fratta che mi conosceva per la mia imparzialitˆ, e pel mio amore della giustizia. Costoro credettero certo che io m'intromettessi ad accomodar tutto per lo meglio, e si misero a gridare: - Gli ? il nostro Cancelliere! - Gli ? il signor Carlino! - Viva il nostro Cancelliere! - Viva il signor Carlino! La folla dei veri turbolenti cui non pareva vero di accomunarsi in un uguale entusiasmo con quella gentaglia sospettosa e quasi nimica, trov˜ di suo grado se non il cancelliere almeno il signor Carlino; ed eccoli allora a gridar tutti insieme: - Viva il signor Carlino! - Largo al signor Carlino! - Parli il signor Carlino! Quanto al ringraziarli di quegli ossequi e all'andar innanzi io me la cavava ottimamente; ma in punto a parlare, affé che non avrei saputo cosa dire: fortuna che il gran fracasso me ne dispensava. Ma vi fu lo sciagurato che cominci˜ a zittire, a intimar silenzio; e pregare che si fermassero ad ascoltar me, che dall'alto del mio ronzino, e inspirato dal mio bell'abito prometteva di esser per narrar loro delle bellissime cose. Infatti si fermano i primi; i secondi non possono andar innanzi; gli ultimi domandano cos'? stato. - È il signor Carlino che vuol parlare! Silenzio! Fermi! Attenti!... - Parli il signor Carlino! - Oramai il cavallo era assediato da una folla silenziosa, irrequieta, e sitibonda di mie parole. Io sentiva lo spirito di Demostene che mi tirava la lingua; apersi le labbra... - Ps, ps!... Zitti! Egli parla! - Pel primo esperimento non fui molto felice; rinchiusi le labbra senza aver detto nulla. - Avete sentito?... Cosa ha detto? - Ha detto che si taccia! - Silenzio dunque!... Viva il signor Carlino! Rassicurato da sí benigno compatimento apersi ancora la bocca e questa volta parlai davvero. - Cittadini - (era la parola prediletta di Amilcare) - cittadini, cosa chiedete voi? L'interrogazione era superba pi? del bisogno: io distruggeva d'un soffio Doge, Senato, Maggior Consiglio, Podesteria e Inquisizione; mi metteva di sbalzo al posto della Provvidenza, un gradino di pi? in su d'ogni umana autoritˆ. Il castello di Fratta e la cancelleria non li discerneva pi? da quel vertice sublime; diventava una specie di dittatore, un Washington a cavallo fra un tafferuglio di pedoni senza cervello. - Cosa chiediamo? - Cosa ha detto? - Ha domandato cosa si vuole! - Vogliamo la libertˆ!... Viva la libertˆ!... - Pane, pane!... Polenta, polenta! - gridavano i contadini. Questa gridata del pane e della polenta finí di mettere un pieno accordo fra villani di campagna e mestieranti di cittˆ. Il Leone e San Marco ci perdettero le ultime speranze. - Pane! pane! Libertˆ!... Polenta!... La corda ai mercanti! Si aprano i granai!... Zitto! zitto!... Il signor Carlino parla!... Silenzio!... Era vero che un turbine d'eloquenza mi si levava pel capo e che ad ogni costo voleva parlare anch'io giacché erano tanto ben disposti ad ascoltarmi. - Cittadini - ripresi con voce altisonante - cittadini, il pane della libertˆ ? il pi? salubre di tutti; ognuno ha diritto d'averlo perché cosa resta mai l'uomo senza pane e senza libertˆ?... Dico io, senza pane e senza libertˆ cos'? mai l'uomo? Questa domanda la ripeteva a me stesso perché davvero era imbrogliato a rispondervi; ma la necessitˆ mi trascinava; un silenzio pi? profondo, un'attenzione pi? generale mi comandava di far presto; nella fretta non cercai tanto pel sottile, e volli trovare una metafora che facesse colpo. - L'uomo - continuai - resta come un cane rabbioso, come un cane senza padrone! - Viva! viva! - Benissimo! - Polenta, polenta! - Siamo rabbiosi come cani! Viva il signor Carlino!... - Il signor Carlino parla bene! - Il signor Carlino sa tutto, vede tutto! Il signor Carlino non avrebbe saputo chiarir bene come un uomo senza libertˆ, cio? con un padrone almeno, somigliasse ad un cane che non ha padrone e che ha per conseguenza la maggior libertˆ possibile; ma quello non era il momento da perdersi in sofisticherie.(....)

Il generale in capite Napoleone Buonaparte (cosí lo chiamavano allora) dimorava in casa Florio. Chiesi di abboccarmi con essolui affermando di aver a fare gravissime comunicazioni sopra cose avvenute nella provincia, e siccome egli mestava in fin d'allora nel torbido coi malcontenti veneziani, cosí mi venne concessa un'udienza. Questo perchZ non lo seppi che in appresso. Il Generale era nelle mani del suo cameriere che gli radeva la barba; allora non disdegnava di farsi vedere uomo, anzi ostentava una certa semplicitˆ catoniana, cosicchZ al primo aspetto rimasi confortato d'assai. Era magro sparuto irrequieto; lunghi capelli stesi gli ingombravano la fronte, le tempie e la nuca fin gi? oltre al collare del vestito. Somigliava appunto a quel bel ritratto che ce ne ha lasciato l'Appiani, e che si osserva alla villa Melzi a Bellagio: dono del Primo Console Presidente al Vicepresidente, superba lusinga del lupo all'agnello. Solamente a quel tempo era pi? sfilato ancora tantochZ gli si avrebbero dati pochi anni di vita, ed anzi una tal sembianza di gracilitˆ aggiungeva l'aureola del martire alla gloria del liberatore. Egli sacrificava la sua vita al bene dei popoli; chi non si sarebbe sacrificato per lui? - Cosa volete, cittadino? - mi diss'egli ricisamente, fregandosi le labbra col pizzo dello sciugatoio. - Cittadino generale - risposi con un inchino lievissimo per non offendere la sua repubblicana modestia - le cose di cui vengo a parlarvi sono della massima importanza e della maggior delicatezza. - Parlate pure - egli soggiunse accennando il cameriere che continuava l'opera sua. - Mercier non ne sa d'italiano pi? che il mio cavallo. - Allora - ripresi - mi spiegher˜ con tutta l'ingenuitˆ d'un uomo che si affida alla giustizia di chi combatte appunto per la giustizia e per la libertˆ. Un orrendo delitto fu commesso tre giorni sono al castello di Fratta da alcuni bersaglieri francesi. Mentre il grosso della loro schiera saccheggiava arbitrariamente i pubblici granai e l'erario di Portogruaro, alcuni sbandati invasero una onorevole casa signorile, e svillaneggiarono e straziarono tanto una vecchia signora inferma pi? che centenaria rimasta sola in quella casa, che ella ne morí di disperazione e di crepacuore. - Ecco come la Serenissima Signoria inacerbisce i miei soldati! - grid˜ il Generale balzando in piedi, poichZ il cameriere avea finito di sciacquargli il mento. - Si predica al popolo che sono assassini, che sono eretici: al loro comparire tutti fuggono, tutti abbandonano le case. Come volete che simili accoglienze predispongano gli animi all'umanitˆ e alla moderazione?... Ve lo dico io; bisognerˆ che mi volga indietro a pulirmi la strada da questi insetti molesti. - Cittadino generale, capisco anch'io che la fama bugiarda pu˜ aver impedito la cordialitˆ dei primi accoglimenti; ma vi è una maniera di smentir questa fama, mi pare, e se con un esempio luminoso di giustizia... - E sí, parlatemi proprio di giustizia, oggi che siamo alla vigilia d'una battaglia campale sull'Isonzo!... La giustizia bisognava che fosse fatta a noi fin da due o tre anni fa!... Adesso raccolgono quello che hanno mietuto. Ma ho il conforto di vedere che il peggior danno non vien loro da' miei soldati... Bergamo Brescia e Crema hanno giˆ divorziato da San Marco, e quella stupida e frodolenta oligarchia s'accorgerˆ finalmente che i loro veri nemici non sono i Francesi. L'ora della libertˆ è suonata; bisogna levarsi in piedi e combattere per essa, o lasciarsi schiacciare. La Repubblica francese porge la mano a tutti i popoli perchZ si rifacciano liberi, nel pieno esercizio dei loro diritti innati e imprescrivibili. La libertˆ val bene qualche sacrifizio! Bisogna rassegnarsi. - Ma, cittadino generale, io non parlo di rifiutarmi a nessun utile sacrifizio per la causa della libertˆ. Soltanto mi sembra che il martirio d'una vecchia contessa... - Ve lo ripeto, cittadino; chi ha esacerbato l'animo de' miei soldati? chi ha volto contro di essi il talento dei preti di campagna e dei contadini?... È stato il Senato, è stata l'Inquisizione di Venezia. Non dubitate che giustizia sarˆ fatta sopra i veri colpevoli... - Pure, mi parrebbe che un esempio per ovviare a simili disordini nel futuro... - L'esempio, cittadino, i miei bersaglieri lo daranno sul campo di battaglia. Non dubitate. Giustizia sarˆ fatta anche sopr'essi; giˆ non pretendereste che li ammazzassi tutti!... Or bene; saranno nella prima fila; laveranno col loro sangue e a pro' della libertˆ l'onta della colpa commessa. Cosí il male sarˆ volto in bene, e la causa del popolo si sarˆ avvantaggiata degli stessi delitti che la deturparono! - Cittadino generale, vi prego di osservare... - Basta, cittadino: ho osservato tutto. Il bene della Repubblica innanzi ad ogni cosa. Volete essere un eroe?... Dimenticate ogni privato puntiglio e unitevi a noi, unitevi con quegli uomini integri e leali che fanno anche nel vostro paese una guerra lunga ostinata sotterranea ai privilegi dell'imbecillitˆ e della podagra. Di qui a quindici giorni mi rivedrete. Allora la pace la gloria la libertˆ universale avranno cancellato la memoria di questi eccessi momentanei. In queste parole il gran Napoleone aveva finito di vestirsi, e si mosse verso la camera vicina ove lo attendevano alcuni officiali superiori. Vedendo ch'egli nZ era molto contento della mia visita, nZ pareva disposto a badarmi oltre, io m'avviai mogio mogio gi? per la scala riandando il tenore di tutto quel colloquio. Non ci capii per veritˆ molto addentro; ma pure que' suoi gran paroloni di popolo e di libertˆ, e quel suo piglio riciso ed austero m'avevano annebbiato l'intelletto, e mi partii, a conti fatti, che l'odio contro i patrizi veneziani superava d'assai perfino il risentimento contro i bersaglieri francesi.

(tratto da LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO di I.NIEVO .Testo reperibile sul sito www.liberliber.it)

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