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SATIRA DI COSTUME


"Il costume,inteso come insieme di forme di comportamento generalizzabili per un determinato gruppo sociale o addirittura per l'intera collettività, ha assunto nel nostro Paese tratti marcati e ben individuabili,- scriveva F.Ratano ne "La satira italiana nel dopoguerra"- come conseguenza anche di un certo folklore stereotipato che ci contraddistingue anche all'estero inn maniera ben definita. Esiste un tipo italiano che si identifica di volta in volta col trafficante dei bassi, nello speculatore di piccolo calibro, nel cantante melodico o nel latin lover.
Negli ultimo quindici anni - si tenga presente che lo scritto risale al 1976,- ha subito comunque alcune evoluzioni". L'autore prosegue ricordando che erano gli anni della politica di centro-sinistra che faceva sperare in riforme sociali, del decollo industriale, dell'inflazione e dei nuovi miti dell'italiano medio: l'auto, la televisione, gli elettrodomestici e le vacanze. "È proprio nella scìa di questo benessere, più desiderato che reale, che si innestano cambiamenti nel costume e nello stesso carattere della borghesia italiana, classe particolarmente trainante in questa fase, che poi apre la via a varie degenerazioni. All'ombra dell'alta politica prolifera un sottobosco di figure dalle funzioni ambigue:procacciatori di voti, intermediari dalle funzioni imprecisate, tecnici del favoritismo." Si scatena l'arrivismo e questo mutamento di costume viene colto dalla satira.
"Un bilancio a posteriori di questo frenetico mutamento sociale ci viene da Bernardino Zapponi e da Mino Maccari con un « Espresso/Colore» inserito nel numero del 21 novembre 1971 della rivista. Zapponi colloca questi nuovi italiani in un'unica, vastissima categoria, quella dei furbi, facendone addirittura un gruppo istituzionale, il « Partito Nazionale Furbi » (e la sigla, che ne deriva - P.N.F. - è un ulteriore, malizioso ammiccamento). Con l'aiuto della grafica di Maccari egli propone una « radiografia dell'Italiano astuto in campo politico, giudiziario, ecclesiastico,letterario, teatrale, cinematografico e televisivo ». L'introduzione pone, in sintesi, i termini del problema della furbizia nazionale:

I1 Furbo e il Cretino, incontratisi per caso, si accorsero con stupore di essere fratelli. Ha detto Anatole France che la furbizia è una bassa forma di intelligenza. In questo momento assistiamo a un'escalation della furberia in ogni angolo del nostro paese. I1 cinema, la politica, l'industria, il giornalismo, la Chiesa sono ormai in mano alla furbizia, che ha scacciato l'intelligenza residua e ha assunto il potere.
I furbi al potere si moltiplicano per scissione come batteri. Dove entra un furbo, a poco a poco tutto l'ambiente si fa furbo. Si indicono riunioni fra furbi, si telefona e si chiacchiera con furbizia, così l'aria diventa irrespirabile. Il furbo è qualunquista, sfugge, non s'impegna. Come identificarlo? Da mille piccoli segni. Furbo è colui che subito dà un colpetto di clacson appena il semaforo si fa verde. Già questo basta a riconoscerlo, a dare l'allarme. Poi, usa certe frasi che si colgono al volo per la strada; espressioni rinunciatarie (« ah, tu sai che io in queste cose non c'entro; non me ne immischio... ») mentre il classico « Lei non sa chi sono io » è decisamente démodé.


I Primi anni sessanta ci testimoniano un'ulteriore significativa trasformazione nel campo sociale: l'automobile, da mezzo di trasporto diventa status-symbol; averla o non averla colloca l'individuo in una categoria sociale piuttosto che in un'altra, la cilindrata del motore è direttamente proporzionale all'importanza del posto occupato nella società. Questo fenomeno, al contrario di molti altri miti scaturiti dalla società del benessere, non conoscerà sosta, tanto che ancora oggi fra i parametri che determinano la condizione sociale di ognuno, vera e presunta, è presente anche questo. I1 culto dell'automobile continua ad essere ancora oggi oggetto di attento studio da parte di specialisti della psicologia, delle scienze sociali, ma soprattutto, dopo le recenti crisi nel campo delle vendite provocate dalla crisi petrolifera, di quelle economiche. Ma quanto vi è di grottesco, di falso e di ridicolo in questo fenomeno che tanto ha influenzato il nostro modo di vivere e che pure oramai ci appare tanto scontato e poco degno di attenzione? Una risposta satirica a questa domanda ci viene da Ennio Flaiano in un Dizionario della principale malattia contemporanea: la Nevrosi automobilistica (in « L'Espresso/colore » del 18 ottobre 1970: Mille personaggi in cerca d'auto [già parodistico il titolo che ricalca il pirandelliano "Sei personaggi in cerca d'autore"-nota mia]). Con quella operazione di stravolgimento del linguaggio che abbiamo visto caratteristica di certa satira, Flaiano fa dell'automobile la «makina», mostro onnipotente ed onnivoro che ha accentrato a sé ogni valore sociale, invadendo rumorosamente non solo le strade ma anche la nostra mente. In questa carrellata di aberrazioni si nota (e se ne rende conto anche lo stesso autore) come la differenza fra la realtà e la sua deformazione grottesca sia in realtà minima. Vediamo l'introduzione del Dizionario:

Un uomo comune, cortese, che ha un buon lavoro e ama la sua famiglia, esce di casa e sale sulla sua automobile, la makina. Ha baciato sua moglie, i figli, persino il cane. Due minuti dopo questo stesso uomo, avendo avuti i suoi paraurti toccati dai paraurti di un'altra makina, in un raptus insensato uccide il rivale. Ecco il rischio che corriamo ogni giorno. Noi, il dottor Jekyll, viaggiamo costantemente con mister Hyde al fianco. Se una makina ci supera aspettiamo di vederla infrangersi contro un camion. Odiamo quei parvenus che ci offendono dall'alto di una macchina più grande della nostra; e disprezziamo gli altri, quelli che osano girare con makine più piccole. Quando leggiamo sul giornale che dallo scontro di due utilitarie sono stati estratti cinque morti e otto feriti non tratteniamo il riso. Consideriamo il pedone un miserabile spesso sfrontato, che soltanto la nostra condiscendenza tiene in vita. Lo abbattiamo quando passa sulle sue orribili strisce bianche, lo rispettiamo invece quando attraversa molto lontano dalle stesse strisce, perché allora, dimostrando di disprezzare il codice della strada, ci diventa simpatico. Non vogliamo mai confessarlo, ma il nostro pensiero fisso è salire di cilindrata, di prestigio. L'automobile, anzi la makina, ci ha alienati dalla realtà. Ci sentiamo forti, cavalieri, paladini e finiamo negli ingorghi, a odiare tutti quei cretini nelle loro makinette e a chiederci: Ma perché non restano a casa?


Tutta questa casistica richiama una considerazione di un certo interesse. Nella maggior parte delle comunità a struttura omogenea, il riso, o per meglio dire l'irrisione, ha una funzione discriminante ben definita, che in alcune situazioni acquista addirittura una veste rituale. Si deride cioè chi è diverso per emarginarlo dal gruppo ed indicarlo come simbolo del negativo. I1 postulato di Bergson per cui il riso è un gesto sociale inteso appunto a colpire la diversità attraverso colui che la rappresenta, si può forse puntualizzare meglio. In ogni società si ride non generalmente di chi è diverso, ma di chi lo è rispetto al modello sociale dominante nella società stessa. La pigrizia di Oblomov è comica solo in una società industriale e mercantilistica in cui domina come modello sociale la produttività ed è degno di considerazione solo chi produce profitto; in una società dominata da una struttura di tipo militare e bellicista è irriso il non violento ed il pacifista, in un sistema patriarcale sarà la volta dell'uomo effeminato o non particolarmente rude. È questa in fondo la motivazione della condanna dei vizi capitali, ordinati poi dalle varie strutture politico-religiose in codici con funzioni legislative vincolate dalla coercizione.
Nel particolare caso della società italiana del dopoguerra si nota un fenomeno di un certo interesse,che riguarda comunque anche molte altre nazioni a sviluppo avanzato. Alcune occasioni di irrisione sono venute a cadere poiché il particolare « vizio » che generava il riso e di conseguenza la cacciata dal gruppo si è generalizzato e livellato alla maggior parte della società stessa. Si evolve così di pari passo il concetto di comicità che abbandona via via alcuni luoghi tradizionali non più indicabili con la matrice del «diverso» (l'arrampicatore sociale, il neoricco, il self-made man, ecc.), rivolgendosi alla ricerca di una casistica aggiornata.
A proposito della satira politica avevamo detto delle « maschere », di personaggi cioè che rappresentano ed anzi incarnano emblematicamente una categoria sociale o un certo modello di comportamento. Questa caratterizzazione vale naturalmente anche quando si parli di satira di costume. Alcune di queste figure sociali sono oramai talmente radicate nella loro dimensione caratteristica che bastano pochi tratti per renderci la figura intera.
[...]
Vediamo, ad esempio, il commendatore. Questo personaggio eternamente preso dagli affari, chiuso ai sentimenti, insofferente verso le lamentele dei sottoposti, attratto dal profitto non tanto in quanto procuri benessere ma per il meccanismo stesso da cui è regolato (denaro chiama denaro), ha rappresentato il simbolo di un'epoca e di un modo di concepire l'esistenza. L'irrisione nei suoi confronti era un tentativo inconscio di scalzarlo dal piedistallo, ma anche la manifestazione dell'invidia che spingeva al desiderio di sostituirglisi.
Nelo Risi ne coglie in pieno i tratti essenziali in una poesia del 1962.

Sul Settebello.
Eccesso di lavoro? Tutte balle.
Guardi che i soldi contano, eccome, nella vita
però senza farsene un mito. Io ne so qualcosa
con più di cento famiglie sulle spalle
e una bell'ulcera ah! ah! ma lei lo sa
che la metà del tempo mi va via viaggiando?
Come?
no,non mi fido di nesuno,dormo sì
e no una volta l'anno,con la cura del sonno
mi basta un posto prenotato, sto seduto, mi rilascio.
...A proposito, ha visto il Corriere? Legga,legga,ah?
lei legge l'Unità?sindacalista?...cineasta?scusi
tiro a indovinare, io sono imprenditore...sì quasi
ingegnere,insomma, ho un cantiere.
...oh!attore!
Ecco Bologna.Ancora una parola, lei che è artista
certo mi potrà capire:è da trent'anni che sono fedele al primo
amore, non parlo di mia moglie, giovanotto,
o della mia compagna come lei chiama:io parlo
del lavoro! Con permesso...buona continuazione...
...'giorno ingegnere...

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