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Da "I TRAVET" (1893) di Georges Courteline*


*
Georges Moineaux (1861-1929),narratore e commediografo francese; esordì con racconti di vita militare e con macchiette d'impiegati. Vita militare, giudiziaria o piccolo borghese vennero messe in caricatura anche in brevi pieces teatrali. La sua è una comicità amara ,ma G.C. è capace di aprire parentesi eleganti in testi in cui si abbandona ad una violenza verbale anche brutale.

[Lahrier è un impiegato venticinquenne della Direzione delle Donazioni e dei Legati, un ente pubblico che riceve oggetti da quanti muoiono solitamente senza eredi , ente dalle modeste risorse finanziarie e di cui nessun ministero vorrebbe occuparsi:]
"Un meccanismo assurdo, creato solamente per i bisogni della causa, al solo scopo di dar pasto alla voracità di qualche affamato! senza scopo! senza vedute!, senza un'ombra di ragione al mondo!; al punto che fra i ministri, non ce n'è uno che lo voglia tra i piedi. Ora è la cancelleria che la rifiuta, e lo rinvia all'Istruzione Pubblica, la quale si difende e la respinge al Commercio ; il Commercio protesta e la rifila all'Interno; l'Interno, che non vuole saperne, la riversa sulle Finanze, e così via fino al giorno in cui un'anima caritatevole acconsente a prendersela a rimorchio, aggregandosela per compassione. Insomma, una vera commedia, un gioco a palla!...Come se non bastasse, nemmeno un soldo, promesse continue, un miserabile bilancio di qualche centinaio do migliaio di franchi, che la Camera, per colmo di sventura, alleggerisce di anno in anno".
[Questo è il regno delle scartoffie e Lahrier vi lavora che poca motivazione, persuaso della scarsa utilità del suo ufficio.]
"una volta entrato in questo ordine di idee, l'impiegato si astenne, come ben si può pensare, dal soffermarsi sulle minuzie dell'orario. Insomma, se il Ministero poteva attenderlo, poteva ugualmente fare a meno di lui, ed a questa conclusione -prevista- ebbe un piccolo sorriso, gustando lo squisito sollievo che segue alle determinazioni lungamente discusse e finalmente prese[...]In media egli faceva il morto una volta alla settimana, senza che l'Amministrazione, buona bestia, avesse l'aria di accorgersene, ma la questione era di sapere fino a qual punto arriverebbe - di fronte a codesto abuso - una tolleranza fatta in parte di inerzia e in parte di abitudine. Soprattutto ora che il signor La Hourmerie, il capo ufficio, pareva cambiare di modi a suo riguardo, ostentando, all'indomani delle sue assenze, un fare asciutto e di malcontento."
[Ecco allora che il nostro pigro travet, che si era fermato in un bar, in una tiepida giornata primaverile, si rassegna ad alzarsi e a procedere, sia pure in ritardo, verso il suo posto di lavoro.]
[...]Alla tristezza cupa della via Vaneau, la Direzione generale delle Donazioni e dei Legati aggiunge la nera tristezza della sua facciata senza un rilievo, e della sua bandiera ridotta ad un cencio stinto[...] da vicino ha la penetrante malinconia delle cose, il commovente grottesco d'una povera vecchia zitella senza seno, dal viso color fango solcato da profonde rughe. E dalle piccole vetrate, sempre chiuse sul buio, spande una desolazione di casa abbandonata, di casa visitata dal colera. Sembra che attraverso i grossi muri, passi, traspiri, evapori,- per infestarne tutto il quartiere - solitudine glaciale dei suoi interminabili corridoi, dalle sonore lastre di pietra sbavate da mane a sera dalla luce agonizzante del gas, a metà abbassato.
Senza capirne bene il perché, s'indovina il vuoto immenso di questa caserma, la non-vita dei trenta impiegati immersi nel suo vasto girone. S'intuisce il silenzio degli uffici vuoti e degli archivi sotto tetto: catacombe amministrative, invase ora da un freddo glaciale, ora da un calore di stufa, e dove, sotto un ugual copertone di polvere, giacciono alla rinfusa grosse balle di incartamenti accatastati, sedie sventrate, cartelle rotte, alari, e perfino scarpe ammuffite! Tutta una sporcizia di materiale fuori uso, trascinato fin lì a colpi di scopa dai quattro angoli del casamento, a finir di marcire in pace in un'ultima promiscuità.[...]
- Il capufficio ha detto d'avvertirvi di passare da lui non appena sareste arrivato.[gli dice il fattorino Ovidio]
Il giovane [Lahrier] presentì una tegola sul capo
[...eccolo che bussa all'uscio del capufficio e una voce gli grida di entrare]
Più vasto d'una piazza e più alto d'una navata, l'ufficio del signor La Hourmerie riceveva, da tre finestre, la luce alquanto incerta del cortile interno, racchiuso dai quattro lati dell'edificio. Dallo zoccolo ai cornicioni, le pareti scomparivano dietro un rivestimento di cartelle verdi, smussate agli angoli, dalle pance solenni e ampie di notai agiati di provincia; e l'untuoso tappeto che copriva il pavimento d'uno strato di musco rasato, il ceppo che bruciava nel caminetto, l'ampio scaldapiedi su cui s'allungavano, unite, le estremità del signor La Hourmerie, palesavano l'amore del benessere e tutta la delicatezza freddolosa del personaggio. Lahrier si era fatto avanti.
- Vi chiedo scusa, signore, - disse con sorridente deferenza; - da due ore sono qui, e quell'imbecille di Ovidio soltanto adesso mi ha avvisato...
Proteso sulla scrivania, esaminando un ricorso che schiacciava con la sua miopìa, La Hourmerie indugiò prima di parlare. Infine, ma senza per questo interrompere il suo lavoro:
- Ieri non siete venuto in ufficio - disse semplicemente.
- Nossignore - rispose Lahrier.
- e perché non siete venuto?
L'altro non esitò punto:
- Mi è morto mio cognato.
Di colpo, il capufficio alzò il naso:
- Ancora!
E l'impiegato, una mano sulla sinistra del petto, protestò fortemente la sua sincerità.
- Ah no!.. permettete! Volete lasciarmi parlare?...- esclamò il signor La Hourmerie.
Incollerito, aveva deposto la penna d'oca che sino a quel momento aveva serrato tra i denti come in una morsa. Vi fu un istante di silenzio: la brusca calma piena d'angoscia, che precede l'esercizio pericoloso di un ginnasta.
D'un tratto:
- Allora , signore, è cosa decisa? è partito preso di non mettere più i piedi qui?...Avete testé perduto vostro cognato, come or sono otto giorni fa vostra zia; come il mese scorso vi è morto il nonno; vostro padre il giorno della Trinità...vostra madre a Pasqua!....senza pregiudizio, naturalmente, di tutti i cugini, delle cugine, e di altri lontani parenti che non avete cessato di interrare in ragione di almeno uno per settimana! Un massacro! e che massacro! Si è mai vista una simile famiglia?...E non parlo qui, notate bene, né della sorella minore che si marita due volte l'anno, né della sorella maggiore che partorisce ogni tre mesi! ebbene, signor mio, ne ho abbastanza! Che vogliate burlarvi della gente, sia; ma tutte le cose hanno un limite, e se supponente che l'Amministrazione vi dia duemilaquattrocento franchi perché passiate la vita a sotterrare gli uni, a sposare o a battezzare gli altri, vi ingannate, e ve lo dichiaro in tutte lettere....
Si riscaldava. A un gesto di Lahrier, scosse persino il tavolo con un furioso pugno.
- sacr... volete permettermi, sì o no, di dire una parola? e qui riprese, aprendo il cuore alla piena amarezza dei suoi risentimenti.
Bollò d'infamia la "disonestà - sì, precisamente: la disonestà, confermo la parola - degli impiegati dilettanti, che alla loro colpevole infingardaggine sacrificano la dignità delle loro funzioni, al punto da lasciar cadere nella cattiva opinione pubblica e nel sarcastico disprezzo della folla l'antico prestigio dell'amministrazione statale". E s'intenerì ad esaltare la Direzione delle Donazioni e dei Legati, la grande bontà del Direttore, le tradizioni pressoché familiari dell' Istituto! Una frase tirava l'altra, e giunse a passare in rassegna il funzionamento del proprio ufficio:
- Siete qui tre impiegati addetti alla spedizione: voi, il signor Soupe e il signor Letondu.
Il signor Soupe è oggi al suo trentasettesimo anno di servizio, e non vi è più da attendere da lui che prove della sua buona , ma vana volontà. Quanto al signor Letondu, la cosa è ben semplice: da qualche settimana egli dà segni non dubbi di alienazione mentale. E allora?...ecco a che punto ci troviamo! ed è inaudito pensare che di tre spedizionieri uno sia pazzo, il secondo paralitico, ed il terzo impegnato a sotterrare il prossimo. Sembra uno scherzo, ma navighiamo in piena operetta!...
E voi, ingenuamente vi siete assuefatto all'idea che si possa andare avanti così?....- scuotendo l'indice in aria, concluse: - No! signore. Sono stufo di funerali, di catastrofi improvvise, di aneurismi, di gotte che salgono al cuore: di tutta questa turlupinatura di cui non si saprebbe dire se è più grottesca che lugubre, o più lugubre che grottesca! ce n'è d'avanzo! Basta vi dico! Passiamo a d altro. Ormai, una delle due: la presenza o le dimissioni: scegliete. Se sono le dimissioni, le accetto in nome del Ministro, ed a mio rischio e pericolo; è chiaro?... Se scegliete il contrario, vorrete farmi il piacere d'essere qui ogni giorno alle undici precise, sull'esempio dei vostri colleghi; e questo a cominciare da domani; è chiaro? Aggiungo che il giorno in cui la fatalità - quell'odiosa fatalità che vi perseguita e sembra farsi gioco di voi- venisse a colpirvi di nuovo nei vostri affetti di famiglia, vi farò mettere alla porta. Siamo intesi?
Con un tono disinvolto in cui entrava una sottile punta di ironia:
- Intesissimi - rispose Lahrier[...]

[La sfuriata termina mentre arriva il conservatore del museo di Vanneen-Bresse che è venuto per il lascito Quibolle. Al capufficio viene quasi un colpo: dell'incartamento si era occupato "quell'imbecille di Van der Hogen" che lo aveva smarrito. Nel terzo capitolo il sottocapo Van der Hogen viene così descritto:]


personaggio epico quanto mai, e di cui - senza arrischiare di venire gravemente meno al nostro compito - non sapremmo affatto tratteggiare in queste pagine il pittoresco profilo.
Rimpinzato di greco e di latino, rimpinzato d'inglese e di tedesco, ex-allievo - primo in graduatoria- della scuola di Lingue orientali, e , con ciò, assolutamente incapace di scrivere venti righe in francese, Teodoro Van der Hogen faceva pensare ad un'insaziabile spugna dalla quale nulla sprizzasse. Volta a volta aveva percorso, come sottocapo, ciascuno degli otto uffici della Direzione, senza che mai si fosse potuto ottenere da lui altro che un'attività disordinata e pazzesca, un senso di non-senso, e una specie di saccheggio col quale egli rovesciava, a guisa di guanto, e rendeva da un giorno all'altro inestricabile un "sistema" consacrato da lunghi anni di pratica.
Tal quale un nugolo di cavallette, egli piombava su un ufficio, e subito era la fine di tutto, la carneficina, la devastazione. lo scorrere limpido del ruscello, tramutato di colpo in un letto di fango per la caduta brutale di un masso. Il solo fatto della sua presenza metteva in libertà tutta una piccola schiera d'impiegati, resi superflui dal momento stesso del suo apparire, e ridotti a non aver che da incrociare le braccia davanti al crollo sinistro di ciò che era stato il loro servizio.
Il signor La Hourmerie, cedendo alle suppliche dei suoi colleghi, aveva alla fine acconsentito a prenderselo come aggiunto, ed al modo stesso con cui si abbandona un oggetto inutile alle zampette distruttrici del monello, aveva abbandonato a lui la gestione degli Affari classificati.
Là, proprio in seno alla Dea Carta, come si trovava bene il signor Van der Hogen! Libero di nuotare, diguazzare, dibattersi nell'alto mare di documenti ufficiali, delle questioni legali, dei rapporti amministrativi accumulati gli uni sugli altri fin dai primi anni della Direzione, egli trascorreva giornate felici galoppando dal suo ufficio agli archivi, dove rimaneva inesplicabilmente a lungo, e da cui ritornava bianco di polvere, premendosi sul petto, con mani di carbonaio, degli incartamenti che aveva dovuto andare a cercare, carponi, sotto gli angoli acuti dei tetti, in un groviglio di ragnatele. Aveva portato con sé una scala doppia, dall'alto della quale, sorridente ed avido, frugava in tutti gli angoli, scandagliando a colpi di pugno il soffitto e le pareti nella speranza che ne scaturissero altri documenti!... sulla sua testa, già quasi venerabile, si aprivano antiche cartelle strappate violentemente alla stretta dei loro scaffali, dando sfogo a valanghe di scartafacci che si spandevano nel vuoto, come stormi d'albatri, per piombare a mucchi sul pavimento; ma non si sgomentava, anzi era contentissimo, sentendosi in casa sua in mezzo a quel subbuglio, e conservava dall'alto della sua scala un aspetto silenziosamente raggiante. E quando infine vedeva intorno a sé il trionfo del caos, l'orgia augusta della confusione, un groviglio definitivo e per sempre inestricabile, prendeva la penna e documentava a sua volta, lanciato ora sui flutti dell'inchiostro.
Fra due muraglie d'incartamenti, equilibrate sugli spigoli del suo tavolo, agitate al passaggio delle vetture con tremiti inquietanti, egli copriva della sua larga scrittura innumerevoli fogli, che mandava a carrettate al "visto" direttoriale, ma che si trovavano nella latrina al mattino seguente: pasticci straordinari, nei quali si vedevano favorevolmente accolte rivendicazioni di oscuri parenti collaterali sepolti da anni, e nomi di notai inviati a Tolone nel 1818 per falso in scritture autentiche, segnalati al Tribunale come colpevoli d'infrazioni di circolari abrogate. Egli metteva insieme con convinzione quelle asinerie, interrompendosi di tanto in tanto per afferrare stecche infiammate di rossa ceralacca, assestare, a casaccio, formidabili colpi di timbri a secco, che risuonavano come colpi di martello d'un imballatore di una cassa vuota.[...]La sua instancabile attività sembrava quella di un grosso maggiolino caduto in fondo ad una catinella[...] il suo forte, la sua vera specialità, era d'immischiarsi nelle faccende che non lo riguardavano affatto, nel confiscare a proprio vantaggio il lavoro dei colleghi. Questo per dar prova del suo talento, della sua abilità unica nel far luce, districando in un batter d'occhio masse d'affari complicatissime, sulle quali impiegati e capi ufficio avevano sudato sangue per interi mesi.
Il fatto è ch'egli eccelleva in modo impareggiabile nella bell'arte delle soluzioni pronte,[...]

ATTIVITà SEGUITO

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